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Il destino in un nome.
Valegro è stato la perfetta dimostrazione di come il destino possa ridisegnare i confini dello sport. Venuto alla luce il 5 luglio 2002 tra le terre ventose di Burgh Haamstede, nei Paesi Bassi, il puledro venne registrato dagli allevatori Joop e Maartje Hanse con il nome di Vainqueurfleur. Quell’unione tra la parola vincitore e il nome della madre, Maifleur, portava con sé una promessa che si sarebbe compiuta in modo del tutto inaspettato.
Una formidabile combinazione genetica
Sebbene la sua genetica paterna affondasse le radici nel dressage grazie allo stallone Negro, la sua linea materna parlava la lingua potente del salto ostacoli. Suo nonno era il monumentale Gershwin e il suo bisnonno il leggendario Voltaire, pilastri di una dinastia nata per volare sopra le barriere, non per danzare sulla sabbia. Fu proprio questa combinazione genetica a trasformarlo in un atleta fuori dal comune.
L’eredità di Nimmerdor: da Cidor a Valegro.
La vera chiave del successo di Valegro risiede in un’eccezionale combinazione genetica, dove l’incrocio tra una solida base da dressage e una monumentale dinastia da salto ostacoli ha ridefinito gli standard dell’allevamento moderno. Se il padre Negro gli ha assicurato la spinta e l’attitudine al lavoro tipiche del sangue da Ferro, è la linea materna (damline) ad avergli fornito un motore posteriore fuori dal comune. Sua madre Maifleur era figlia di Gershwin e nipote del leggendario Voltaire. Risalendo questo ramo genealogico spicca la presenza dell’influente stallone olandese Nimmerdor, un pilastro dell’allevamento mondiale.

L’impatto di Nimmerdor non si limita alla potenza trasmessa sui percorsi di salto: la sua genetica ha infatti dimostrato una duttilità straordinaria, capace di dare vita ad atleti d’élite anche nel rettangolo. È il caso di Cidor, castrone figlio diretto di Nimmerdor, che negli anni ’90 ha calcato con enorme successo le arene internazionali di massimo livello sotto la sella della celebre amazzone olimpica statunitense Belinda Nairn-Wertman. La commovente storia di questo incredibile binomio e della sua eccezionale scalata nel dressage globale è stata approfondita in uno speciale d’archivio su Eurodressage. Questo filamento genetico condiviso, ricco di articolazioni flessibili e quarti posteriori immensamente forti, è lo stesso che è confluito in Valegro, regalandogli una spinta strutturale che si è convertita in un piaffe e in un passage di un’intensità mai vista prima.
L’arrivo in Inghilterra e il soprannome “Blueberry”.
Quando il cavaliere britannico Carl Hester lo acquistò ancora giovane, portandolo nelle sue scuderie nel Gloucestershire, quel baio oscuro venne ribattezzato Valegro. Per tutti divenne semplicemente Blueberry, un gigante buono dalla flemma imperturbabile e dall’insaziabile appetito, che amava passare le giornate al pascolo con il compagno di scuderia Uthopia.
L’incontro della vita.
L’incontro che cambiò per sempre la storia dell’equitazione avvenne quando Valegro fu affidato alle mani di un’allora giovane e sconosciuta Charlotte Dujardin. Insieme, l’amazzone e il castrone olandese trovarono un’alchimia perfetta. Quella spinta posteriore dirompente, ereditata dagli antenati saltatori e inizialmente ritenuta persino eccessiva dai giudici dell’epoca, fu incanalata in una coordinazione e in una leggerezza mai viste prima.

Curiosità: il soprannome “Mirtillo”, nelle scuderie di Carl Hester non veniva chiamato Valegro, ma Blueberry.
Un binomio indissolubile.
Nel rettangolo da gara, Valegro non eseguiva semplicemente i movimenti del Gran Premio; sembrava fluttuare, trasformando lo sforzo fisico in pura armonia geometrica.Il binomio divenne rapidamente una macchina da record imbattibile, capace di riscrivere i punteggi mondiali del dressage e di collezionare decine di dieci assoluti nelle andature più complesse.
L’apice del successo mondiale.
Tra il 2014 e il 2015, Valegro raggiunse l’apice dello sport mondiale detenendo contemporaneamente la corona olimpica, quella mondiale, quella europea e la Coppa del Mondo. Nel suo palmarès brillarono tre ori olimpici storici, conquistati nelle arene di Londra 2012 e Rio 2016, che lo consacrarono agli occhi del grande pubblico come il cavallo del secolo.
Il ritiro da re invitto.
Subito dopo il trionfo di Rio, all’età di soli quattordici anni e al culmine della sua forma fisica, il suo team scelse per lui il ritiro dalle competizioni. Valegro salutò il suo pubblico nel dicembre del 2016 a Londra, lasciando i campi di gara da re invitto per tornare alla vita di scuderia che tanto amava, fatta di lunghe passeggiate in campagna e pigri pomeriggi al paddock.
Un’eredità eterna.
Il lungo viaggio di Valegro si è concluso serenamente il 1° dicembre 2025, all’età di ventitré anni, nel modo più dolce possibile: insieme al suo compagno di una vita, Uthopia. La sua eredità resta impressa nella statua in bronzo a Newent e nelle storie per bambini che continuano a ispirare le nuove generazioni. Per gli allevatori e gli appassionati di tutto il mondo, la sua figura rimane il manifesto perfetto dell’allevamento moderno, la prova vivente che quando la forza del salto incontra la grazia del dressage, la genetica non crea semplicemente un campione, ma scrive una leggenda immortale.









